Inquietudine, ovvero non-silenzio e sete di conoscenza

Anna Segre

Non esiste una parola ebraica che traduca esattamente “inquietudine”. Per rendere il termine si usano parole come rabbia, ira, oppure mancanza di tranquillità o non silenzio. L’ira non ha una connotazione precisa: può essere giusta o sbagliata a seconda del contesto e dell’occasione che l’ha determinata: non va bene l’ira che dipende da invidia o malevolenza, mentre è sacrosanta l’ira contro l’ingiustizia.

Non silenzio

Particolarmente interessante la definizione mancanza di silenzio: il silenzio è un bene o un male? Anche qui, dipende dai contesti, ma sono certamente numerose nella Bibbia le situazioni in cui il silenzio viene presentato  come una colpevole complicità nei confronti dell’ingiustizia. Un esempio potrebbe essere quello della regina Ester, protagonista dell’omonimo libro biblico, a cui il cugino Mardocheo chiede di intercedere presso il re Assuero per salvare il suo popolo dalla minacciata distruzione e che esita temendo per la propria incolumità. La risposta del cugino è perentoria: “Non pensare di salvarti tu sola… Perché se tu te ne starai zitta in questo momento liberazione e salvezza verranno agli ebrei da un’altra parte ma tu e la tua famiglia perirete; e chi sa se non sei pervenuta al regno proprio per un momento come questo”  Dunque il silenzio di fronte a un sopruso quando si ha la possibilità di parlare è una colpa gravissima, che merita i rimproveri più violenti.

Analizziamo il caso di un altro personaggio biblico, Giobbe, che soffre senza aver fatto nulla di male a causa di una sorta di scommessa divina (in realtà secondo alcuni commentatori Giobbe non era del tutto innocente in quanto, pur non avendo peccato personalmente, non aveva levato la voce contro le ingiustizie perpetrate nella sua epoca, e questo ci riporta all’idea del silenzio come colpevole complicità).  Comunque sia, Giobbe non è disposto a soffrire in silenzio e chiede conto a Dio stesso di ciò che gli sta accadendo, lo chiama in causa, vuole discutere con lui; a Giobbe si contrappongono gli amici, che lo invitano ad essere più umile e a riconoscere la giustizia divina. Al termine del libro, contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare, l’inquietudine di Giobbe viene premiata mentre gli amici, con le loro troppo facili certezze, sono aspramente rimproverati.

L’albero della conoscenza

Il dubbio e l’inquietudine, secondo il racconto biblico, sono nati con il genere umano. Appena creato l’uomo, il Signore pensa che non è bene che sia solo e gli crea una compagna. Subito, però, è lei ad essere inquieta di fronte alle parole del serpente: da una parte un divieto, dall’altra la promessa della capacità di distinguere il bene dal male. Eva ci riflette, analizza bene la questione, e poi decide di mangiare il frutto e lo dà a suo marito, che invece lo mangia senza tanto pensare e, scoperto, si difende scaricando le proprie responsabilità: “La donna che hai posto accanto a me, è stata lei a darmi dell’albero, e io ho mangiato.” Apparentemente il testo della Genesi sembra dargli ragione nello stabilire una maggiore responsabilità della donna (che, infatti, è condannata a partorire con dolore e ad essere sottomessa al marito), tuttavia, nella tradizione ebraica, si parla di peccato del primo uomo,  e non della prima donna; i commentatori non accettano le scuse di Adamo, che, anzi, suonano ingrate e blasfeme; alcuni notano infatti che “Adamo non fu cacciato dal giardino dell’Eden finché non offese Dio e non bestemmiò”. Secondo questa interpretazione il peccato più grave non è quello di Eva, commesso in seguito a una scelta deliberata e dopo attenta riflessione, ma quello di Adamo, che rifiuta di assumersi la responsabilità delle proprie azioni.

Per il Rabbino Dante Lattes (1876-1965) la vicenda relativa all’albero della conoscenza nella Genesi rappresenta “l’incoercibile bisogno e la innata capacità che induce l’uomo a conoscere le cose e le leggi del mondo, la spinta che viene allo spirito umano dalla sua stessa natura a distinguere il bene dal male, la lotta in cui esso si trova impegnato e la sofferenza e l’infelicità che derivano poi da questa conoscenza. E’ il problema che ha in ogni tempo impegnato la mente ebraica intorno al dolore, allo scontento, all’inquietudine, all’infelicità che accompagnano più o meno la vita umana in terra e dei quali gli altri esseri sono immuni.”

Queste osservazioni ci portano ad un altro tema correlato con i dubbi di Eva e le domande di Giobbe: il desiderio di conoscenza.

Ricerca

Dove è la sapienza è molto affanno e chi accumula scienza accumula dolore ammonisce l’Ecclesiaste. La Bibbia riconosce che la conoscenza umana è necessariamente limitata, e tuttavia essa, per quanto inevitabilmente incompleta, è sicuramente da ricercare. La colpa di Adamo ed Eva non sta tanto nella sete di conoscenza quanto nella trasgressione di un ordine divino. In generale il desiderio di conoscenza nella cultura ebraica è tendenzialmente visto in modo positivo, in tutti i campi del sapere.

Anna Segre_Cheder KidsNaturalmente, però, per  la tradizione ebraica la forma suprema di conoscenza è lo studio del testo biblico. Uno studio continuo, che non può mai dirsi concluso perché il testo si apre a molteplici interpretazioni, anche in contrasto tra loro, ma tutte valide purché siano generate nell’ambito di una tradizione orale. Quando è necessario scegliere un’interpretazione univoca (perché dal testo derivano prescrizioni o divieti), si decide a maggioranza e le opinioni minoritarie sono comunque riportate. Lo studio non può essere solitario perché il confronto con gli altri è indispensabile: senza la capacità di mettere in discussione le proprie opinioni e confrontarle con quelle altrui non si può raggiungere la conoscenza. E’ sostanziale la consapevolezza che non si può mai avere una risposta conclusiva alle questioni. A volte, una “buona domanda” può valere di più ed essere più stimolante di una “buona risposta”: la didattica ebraica prevede sempre lo stimolo a fare domande che sollecitano altre domande, a confrontare magari più risposte, che portano poi ad allargare ed approfondire gli argomenti.

Il termine che indica questo modo di studiare è Midrash, sostantivo derivato dal verbo lidrosh (radice: darash), che significa cercare, domandare; lo stesso termine viene usato per indicare lo studio del testo biblico, o, nell’espressione Bet midrash (casa di studio) una scuola dove si studiano i testi sacri, o un gruppo di studio. Inoltre la parola Midrash designa un particolare metodo di  interpretazione del testo biblico, tipico della cultura ebraica: il midrash sconvolge i piani temporali, integra il testo con racconti ulteriori, apre a molteplici chiavi di lettura, anche in contrasto tra loro, con una libertà apparentemente inesauribile ma che in realtà si inserisce nell’ambito di una lunga tradizione orale. Il verbo lidrosh si trova per la prima volta nella Genesi, quando i due gemelli, Esaù e Giacobbe, litigano già nel grembo materno e la madre Rebecca va a interrogare il Signore per capire cosa sta succedendo: un’inquietudine che ha generato sete di conoscenza.

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