Che cos’è il “duende”? e cosa c’entra con l’inquietudine?

Graziella Arazzi

Un’opera di prosa di Federico Garcia Lorca, Il duende. Teoria e gioco, che risale al 1930 e che sul finire del secolo breve è stata riproposta, continua a suscitare profondo interesse, poiché esprime la vocazione del pensiero a tessere le trame sempre rinnovate dell’inquietudine. Poesia e filosofia non coincidono, anzi vivono e si sviluppano in saggia distinzione. Certe volte, tuttavia, chi lavora con versi, parole e percezioni, dimostra di svolgere un utile lavoro di orientamento nei confronti del filosofo, alle prese con concetti, modelli di spiegazione della realtà e dell’agire politico. Un esempio è offerto da una seminario che Federico Garcia Lorca tenne a Cuba nel 1930 sul tema del duende, parola che non trova analogo in lingue diverse da quella spagnola. Tanto oscuro il contenuto quanto chiaro e netto l’argomentare del poeta sulla fertilità di un’inquietudine che, richiamata da un termine intraducibile (nel dialetto andaluso, duende può significare folletto ma anche broccato e stoffa pregiata), non risulta esclusivamente ancorata ai versi poetici ma osa invece varcare la soglia della riflessione filosofica. L’obiettivo di Lorca è quello di dimostrare che l’inquietudine, nella veste di forza indecifrabile, di energia oscura e comunque portatrice di frutti, risulta essere il motore dell’esperienza del vivere, un punto d’avvio tanto del pensare quanto dello sperimentare emozioni, un dizionario dei segni nella costruzione di immagini. Nel testo breve, Il duende. Teoria  e gioco, ripreso solo nel 1996 e pubblicato nelle edizioni Semar, con un’introduzione significativa di Elémire Zolla, Garcia Lorca, abbandonando le vesti consuete di poeta, musicista, pittore, si dimostra profondo conoscitore del carattere sistemico dell’inquietudine che, nelle opere dell’uomo e della donna di genio (in campo artistico, filosofico, scientifico), si fa carico di una ragione complessa e articolata. Troppo facile e in ogni caso inutile sarebbe racchiudere le parole di Lorca sul tema del duende nella nicchia  del dionisiaco e dell’irrazionale. In realtà, la conversazione cubana denota la precisa volontà di tessere un ponte tra l’inquietudine interiore, l’incanto inesprimibile e l’esercizio del pensiero socratico, che segue margini e bordi, affronta il paradosso e lo governa.
Il poeta esordisce, sostenendo che l’inquietudine è in primo luogo l’abito mentale che ogni insegnante o pensatore dovrebbe assumere, rinunciando a esercitare le funzioni dell’intelletto astratto e dimostrandosi pronto a gioire della vivacità del pensiero condiviso.  Inquieto è colui che apprende con gli altri, che imita per certi versi il cammino dell’esule, rinunciando al sonno del pensiero e all’opacità del vedere, mettendosi da parte con ironia per guardare meglio le sorti del mondo. Solo chi possiede duende, ossia si fa interprete dell’autentica inquietudine, riesce a comprendere lo spirito dei tempi, a comunicarne le radici, spesso intessute di sofferenza come nell’epoca della dittatura franchista.
“Potere misterioso che tutti sentono e che nessun filosofo spiega”: prendendo a prestito le parole di Paganini, Lorca vi intravede una possibile definizione del duende, assumendosi il non facile compito di rintracciare filosofi che vivano il duende e ne diano ragione a loro stessi e agli altri. Il percorso seguito dal poeta spagnolo, suggestivo per l’intreccio di percezioni e concetti, va affrontato con attenzione dai pensatori, ipotetici interlocutori del testo. Se il duende “è un potere e non un agire”, “un lottare e non un pensare”, se esso “non sta nella gola” ma “sale interiormente dalla pianta dei piedi”  se, in altri termini, si ritrova come intima cifra di ogni atto di genio, occorre tuttavia anche ribadire che non si può confondere il duende con l’irrazionale, con lo scetticismo o peggio ancora con l’opposto dell’intelligenza. Il duende di Lorca è “mistero e trasalimento” della mente e del corpo del sapiente, “discende da quell’allegrissimo demonio di Socrate, marmo e sale, che lo graffiò indignato il giorno che prese la cicuta; e dall’altro malinconico diavoletto di Cartesio, il quale stufo di cerchi e di linee, se ne andò per canali a sentir cantare i marinai”. La danzatrice, il torero, il poeta sperimentano duende così come chi elabora teorie scientifiche o chi pratica la dialettica è in grado di sorprendere e tradurre la potenza di un vigore sotterraneo, che destabilizza aspetti e dimensioni della consuetudine.
Il duende è ispirazione di una musa o fascinazione dell’angelo? Nessuno dei due casi, avverte Lorca: “angelo e musa vengono da fuori”. Il primo “dà luce”, ossia porta a individuare un problema; la seconda “dà forme”, ovvero le regole per affrontare e risolvere il problema. Entrambi sono esterni al poeta, al filosofo, allo scienziato e lo guidano con cautela nel procedere. Al contrario – sostiene Lorca –  “il duende bisogna svegliarlo nelle più recondite stanze del sangue”. C’è duende quando si lotta con se stessi e la lotta si delinea, allorché si confronta l’agire antico e consueto con le dinamiche che stanno nascendo, la strada percorsa con lo scenario inedito. Il duende è virulenza che si sprigiona dalla lotta interiore, innescata, senza preavviso, nella mente del filosofo e dell’artista; l’uno e l’altro utilizzano regole, principi, modelli sino alla completa saturazione, alimentando la creazione di altre strutture, in grado di catturare e di interpretare la realtà e il pensiero.
Intuizione scientifica, improvvisazione e argomentazione filosofica esibiscono esempi differenti di duende, per cercare il quale “non v’è mappa né esercizio” come suggerisce Lorca. Non basta rappresentare il mondo o seguire regole per generare opere di genio. L’intelligenza di una scoperta, la maestrìa di un’esibizione canora si manifestano soltanto nell’inquieto esistere di chi è perpetuamente in contrasto con se stesso, pur rimanendo fedele a se stesso.
Come appare il duende? Intervengono, repentine, le indicazioni del poeta: “si sa soltanto che brucia il sangue, che prosciuga, che respinge tutta la dolce geometria appresa, che rompe gli stili”. Emergono alcuni indicatori di chi vive il duende: l’apertura al nuovo, la disponibilità a sopportare il contrasto, la capacità di rinunciare all’apparente congruenza di pensieri, l’attitudine a rinunciare all’armonia delle emozioni per seguire sorprendenti congetture e scoprire conoscenze tacite e incorporate.
“Il sopraggiungere del duende presuppone sempre un cambiamento radicale di ogni forma rispetto a vecchi piani, dà sensazioni di freschezza del tutto inedite”. Qualcuno grida al miracolo, altri alimentano l’entusiasmo. In ogni caso, la lotta in cui si afferma la ragione svela il volto di uomini e donne che sostengono il peso della creatività e sviluppano il paradosso di un pensiero totale che, tanto più si allontana da se stesso, tanto più esplode in gemmazioni di potenza. Il conflitto in cui il duende si manifesta non ha un percorso definito, ma procede in modo stroboscopio, con una logica non prefigurata. Spesso, l’imprevedibile genialità del pensiero e del fare si trasmette da soggetto a soggetto, dall’autore all’interprete, dal singolo alla collettività. Lorca chiude la sua conversazione, sottolineando che il duende, amando il bordo, le scissioni, le contrapposizioni, apre le porte alla morte, individuata non come zona oscura e orizzonte di negatività bensì come  contesto in cui la vita, paradossalmente, spiega e commenta la sua ragione d’essere. A rafforzare questa considerazione bastano le consuetudini del luogo d’origine. “In tutti i paesi – scrive Lorca – la morte è un fine. Giunge e si chiudono le tende, In Spagna, no. In Spagna, si aprono. Lì, la gente vive tra le mura fino al giorno in cui muore e viene portata fuori al sole. Un morto in Spagna è più vivo come morto che in qualsiasi altro posto al mondo: il suo profilo ferisce come il filo di un rasoio”. Il duende, tensione tra vita e morte, fertile inquietudine che fonde le forme e gestisce le metamorfosi, non conosce ripetizioni, analogamente a quanto si verifica per “le forme del mare in burrasca”. Il testo di Lorca celebra una vera e propria festa dell’inquietudine, radice della profondità dell’anima, laddove essa lotta contro due nemici, da un lato le pulsioni oscure della terra e dall’altro la staticità dell’intelletto. Lotta, conflitto, inquietudine diventano assi portanti di un equilibrio tra emozioni e ragione, tra città antiche  e nuovi paesaggi.
“Il duende….Ma dov’è il duende?” conclude il poeta.
Osiamo rispondergli: tra la musa e un angelo, nelle pieghe del pensiero.

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